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 RICORDI DI UN OTTTANTENNE


Il caldo primaverile del recente periodo Natalizio, mi ha risvegliato la voglia di scarabocchiare su un foglio bianco. Lo spunto parte dal fatto che la”statistica” italiana mi considera già…”scomparso”. Il maschio Italiano mediamente cessa di vivere quando ha compiuto gli OTTANTANNI più 4/5 mesi.
E’ noto che gli anziani amano ricordare gli episodi giovanili o addirittura infantili. Parto dagli anni 1943/45, i più duri per l’Italia impegnata nella Seconda Guerra Mondiale. I miei ricordi da adolescente sono ancora vivi nella memoria.
Nel 1944/45 è caduta l’unica bomba “scaricata” nella Val Gandino, ma l’ordigno bellico non è scoppiato. Tuttavia la paura di un bis, con effetti più negativi, è durata parecchio tempo.
Ancora in quel periodo è avvenuta la tragica azione del mitragliamento del treno, nella zona di Colzate.
Di questo episodio ho ancora impresso nella mente l’aereo che si abbassava in picchiata. Istintivamente ho detto ai miei compagni di gioco:”guardate l’aereo che sta cadendo”. Non ho fatto in tempo a dire l’ultima parola e immediatamente ho sentito il rumore del mitragliamento ; solo più tardi si è saputo della tragedia.
Tra i feriti, una persona che abitava nello stesso  condominio di fronte alla strada provinciale.
Altro episodio accaduto fuori casa nei mesi precedenti la fine della guerra. Nelle scuole elementari di Leffe, già dal 1944, erano stati collocati dei prigionieri Russi, con relativo sgombero degli alunni.
Quando ormai nel Nord dell’Italia la guerra era vicina alla conclusione, i prigionieri vengono trasferiti  altrove
(forse come ostaggi). Avevo già sentito dagli adulti il giorno prima del possibile trasferimento; per noi bambini era un avvenimento da osservare. Quando il gruppo è arrivato al bivio Leffe/Gandino, il Comandante ferma i prigionieri. Noi eravamo già vicini ad una finestra del solaio; il Comandante dopo un breve sguardo alla zona per il controllo, ha puntato la mitragliatrice verso di noi. Ricordo ancora con terrore, la “sventagliata” che ha colpito e rotto le tegole al di sopra di un metro delle nostre teste.
L’ultimo episodio di quel periodo che ha coinvolto dei militari tedeschi, è avvenuto a Bergamo ed è interessante per valutare il diverso comportamento  dei due Comandanti.
Ero a Bergamo da una zia per una breve vacanza. In quei giorni la cuginetta mi prestava la sua bicicletta e con grande gioia pedalavo su una strada sterrata vicino a casa. Nell’ultimo giorno, da una strada laterale, all’improvviso arriva un gruppo di militari. Immediatamente freno, ma la bicicletta su quel terreno è scivolata e
sono caduto a terra vicino al Comandante. Il medesimo si è subito avvicinato; Io terrorizzato sono scappato!  
Sono ritornato a casa pieno di polvere e la zia mi ha chiesto cos’era successo. Dopo aver raccontato quanto accaduto, mi ha tranquillizzato spiegandomi  che il Comandante voleva solo aiutarmi!
Vico Coretti

L’avventura di quattro Leffesi in Germania.

Eravamo nel 1960/61 e quattro amici decidono di fare un breve viaggio con destinazione finale a Monaco di Baviera. Il gruppo era composto da un ingegnere, un farmacista, un perito chimico e dal sottoscritto.
Arrivati a Monaco un sabato sera, ci rendiamo subito conto che per trovare un paio di camere in albergo sarebbe stato un problema. Nessuno sapeva il tedesco mentre l’ingegnere parlava bene in inglese.
Il farmacista, con un lampo d’ingegno, ci portò da un parroco della vicina chiesa, il quale capì subito il nostro problema, in quanto il giorno dopo nella città doveva svolgersi il Congresso Eucaristico.
Il Sacerdote con calma e determinazione, ci accompagnò presso una famiglia vicina e dopo un breve dialogo tra di loro, abbiamo avuto la netta sensazione che saremmo stati ospitati in quella casa. Dopo i doverosi ringraziamenti, gli ospitanti ci indicarono la scala per salire al piano superiore.
Devo premettere che con l’ingegnere l’amicizia era iniziata 5/6 anni prima. Motivo principale per gli incontri era l’ascolto della musica sinfonica.
All’inizio della scala vedo un busto di BEETHOVEN; in questo caso è il sottoscritto che ha un lampo d’ingegno. Guardo l’ingegnere ed immediatamente cantiamo l’inizio “ dell’INNO ALLA GIOIA”. La reazione di tutta la famiglia è stata di GIOIA per l’inaspettato evento. Per quanto mi riguarda, resta un ricordo “INDELEBILE”.
Un breve commento; la musica con la M maiuscola, resta una componente importante  per l’educazione, la sensibilità sociale e la cultura di ogni persona. Come mai in Italia è stata tanto declassata?
Vico Coretti

Leffe 28 Dicembre 1976: L’=OM OREGENAL

Ho conosit un òm ostenat  e oregenal
Al  ga e so edeè
Al-ge defent el-ga pias a ceciarai

En-dona descussiù nasida acaso
L’ha cominciat con de consideraziù
Da fa ciapà e sbalurdù

Cristianesimo e teologia,
con quesce paragù ol penzer al fa canfosiù

L’om estruit le zòga sòe parole
Perché spòl diì e ridiì
Cambiai e nagai

Al dis ò laur per farne capì òn oter,
sostegni per caprezze l’encontrare
de chel cal dis l’avversare.

Sé ‘nvece da ‘mpostà la discossiù
So l’abeletà de parole
L’ès da ‘mparà a mastecà e edeè

Forse me sculteres meno trombade
E dol segùr e opiniù
E sares piò serie e ponderade.

An vive’ndo moment’ndoa l’om
L’è dol tot sbalordit e confondit da
Un’enormità de laur nof

Ma ol grave l’è cal segueta a domandas:
“ma ‘nsoma,
ma stoi mei o sòi piò desperat?

Cosa mai l’a ‘nventat quest’om,
laur grandius e meraviglius la pol vis


Amerecana,Cenesa o Giapponesa,
tace bèi laur ca spol dovrà
specialment chi copiac dai letaglià

L’òmaneta l’è talment braà de resolf e
Problemi,che per pura da restà sènsa,
o e-ge ‘nventa

Ho sentit dì che òna cetà organezzada
Lia restada senza egguà,
chissà ‘ndoa e l’ia dovrada.

E autorità natòralment e ha tentat
Da resolf e necessità;
ma a o-certo punto la get

che ài-sia mia cosa lia sòcedit,
la òlia e la ghia sit de eggua,
ma chela buna e natoral.

Apena sentit òdur de batosta,
sota sòbeta con de grant reoniu
scèrvèi  che fòmaa  per ol gran laorà.

Poc che usaà ,om che bestemmiaà,
‘ndè stà grant confusiu
Me fa prest a troà la sòluziù.

E progettisti stòf e desperac
Per fas compatì e ga daà a dì:
“Lìa tòt calcolat,ma a l’eggua ‘nghia mia penzat”

En chi ocasiù che ,ergù cola borlina buna la sòluziù
E l’avrà troada ;la moral però la resta ciara,
l’omanetà la ol cambià ol vec col nof

ma al centro de tot al ga isga semplicemente
l’om coi so necessità ,oltre ai
desideri de giovani che crescerà

                         VICO CORETTI

Leffe 19 Ottobre 1976 (testo) OL ME PAIS      

Ol me pais lè dol tòt sengolar
sia en dol be chè en dol mal;
lè famus en dol mond,
al manda roba da pertòt.

E ha comenciat coi nàète,ades
è senza,e lo faà endà a mà,dopo
col motùr;e dovràa poc trame,
però metendo tace colur e fiùr.

Tòt per fa spent,cambià,pròdus e
via cal tes e trame;lè ciar càs bàia
dol teler,simbol ella fortuna e tra
poc e gà farà ò monoment.

E ha laorat lè ira,ma e ha facc
anche tant laorà,e sé impegnac
per megliorà,ma sota e gà dac
con dò grant sbòtà.

Dai  forsa lazzerù,màia solc
a tradement;ergù ìa prope dùr
e lo ammet,però dopo
e portàa la Madona.

Adess e operare è organezzac,
ai persune ciàmat sciùr padrù
e gadà piò gnàa ol bongiorno
se e vòl mia e sendacac.

Lè tòta ultada la sònada,
lè restat domà ol teler
ma a forsa da tes e tes,
al gà fac nas ò quach penzer.

Ma cosa digheresei e nos vècc
sa e fòdes che ades,,ma ta parel
laur col bè cà mà fac,
ansè repagac a stà magnera?.

Ades per fà dol be mè stà atenc
perché come negot e ta respont:
“not an  vol mia la caretà”;
lè la fì dol mont,an sa piò cosa fa.

Al ghè ergù ca iè reàc,padrù dè
fabreche,machene e capannù;
è entèlegenc perchè  e capes chè
en da càsà al pol mia stà det tòt.


Ma cosa gài da fa,lè ò problema;
nol resta che sperà en de so pòc.
O’ dè che ù al ghia prope piè e fis
òl pot al porta en cà de amis.

“Papà cosa ghet? A ta èghe en po’
engrognet”.”Baia mia al ma e la òia
da piantala,so stof da dars da fa
dol rest la me part lo facia”.

“Certo,al gà respont òn amis dol pòt,
à lè ùra da penzà a la salute,mè
ralentà ol pass basta cor,besogna
anche fermas a òna certa età”.

“A lè ìra,ma e ècc e garia mia a cambià”.
“Al fa mal,perché alghè tace bei laur
da fà en da eta,laur onesc e dè pìaser
cà e serve per cambià penzer”.

“Presempe?”.”Al ghè domà l’embarazz
ella scelta;la museca,la poesia,l’arte
en gener,tòt as pol fa ma usando
tanta pazienza e umiltà”.

“A’ l’è facel per voter giuegn cà si endac a
scòla,si stac estrùic da profesur,ma per
mè cà so restat en po’ egnorant,
à lè dura ragionà con la nòa realtà”.

“Ma nò,gliùra al basta ardà e laur piò
semplici dè toc e dè,problemi sociai,
aiòtà get en defecoltà,anche con
bune parole de confort”.

“Madonamè,ma fa chi laur chè al
vol dì tratà dè politìca”.
“Certo,ma dè chela giosta e
gliura al po’ mia be?”.

“Ma nò,mè ò semper cretecat
chi ai fa ste laur; ai serve domà
per fa pasà dol tep,per mè e
resta de lazzerù e basta”.

“Mal là sbagliat perché lavres
troat èrgota per  empegnas,
guadagnando la soddesfazìù
da trà òna buna òccopaziù”.
                           Vico Coretti

QUELLE DOMENICHE ALL’ ORATORIO …

L’oratorio di Leffe era stato finalmente completato e noi ragazzini nati nei primi anni 50 vivevamo l’evento come qualcosa di prodigioso; avevamo aiutato i più grandi a togliere le zolle di erba dal campo sportivo e, dopo la scuola, passavamo interi pomeriggi a giocare al pallone.
Allora non c’erano scarpe con i tacchetti o maglie agonistiche, men che meno allenatori.
Semplicemente si giocava tra di noi ed erano partite interminabili con continui cambiamenti di fronte. D’estate, dopo le ore 18, quando gli operai uscivano dalle fabbriche, il campo si riempiva di giovanotti, soprattutto di Peia, e le beghe per poter giocare erano all’ordine del giorno. Si tornava a casa sudati, pieni di polvere e convinti di essere i giocatori più forti del mondo.
Ma l’oratorio si viveva soprattutto la domenica. Curato era Don Pietro Selogni, per noi ragazzini “ol Don Pierì”. La domenica alle 13,30, subito dopo il pranzo, si saliva all’Oratorio di San Martino, punto di raccolta di una moltitudine di giovani; le ragazze in quel periodo andavano dalle suore.
In attesa della funzione pomeridiana c’era chi giocava al pallone e chi a calcio balilla e tutti ci tenevamo ben stretti quelle 50 lire che poco più avanti avremmo speso per una gazzosa, una bustina di farina di castagne (farina de mondì) qualche stringa di liquirizia morbida.  Alle 14,30 iniziava la funzione religiosa; la chiesa di San Martino era gremita di giovani che riempivano i banchi. Immancabilmente iniziavano le spinte e le discussioni, tanto che il Don Pierì era costretto ad interrompere la cerimonia religiosa; scendeva tra i banchi e prendeva i più vivaci per il bordo delle orecchie e li faceva inginocchiare davanti all’altare.  La cerimonia riprendeva ma a volte, quando il povero prete non ne poteva più, qualche scappellotto arrivava a segno; quegli scappellotti ci hanno fatto crescere e a volte mi fanno ridere e pensare quegli educatori che consentono tutto o quasi ai ragazzi che non vanno assolutamente maltrattati ma qualche sberla quando ci vuole ci vuole ed è sicuramente data a fin di bene ed educativa.
Comunque, finita la funzione, si andava tutti nelle aule di dottrina; noi avevamo come insegnante il Signor Pietro Gelmi, diventato poi Preside delle Scuole Medie di Leffe. Era un’ora strana: c’era chi dormiva, chi guardava fuori dalla finestra, chi magari (erano pochi) seguiva la lezione. Per fortuna l’odiata ora di dottrina finiva e noi pregustavamo il momento più bello: il film proiettato nella nuova sala cinematografica dell’oratorio.  
I film solitamente erano di genere americano, con operazioni di guerra navale o, in alternativa, western vecchissimi. A dire il vero a noi la trama del film non interessava poi molto.  L’importante era prendere posizione nelle zone strategiche perché quando nella sala calava il buio iniziava la lotta, e che lotta!  Si begava con tutti, con gli amici e con i nemici, l’importante era fare casino e farsi sentire.
Immancabilmente la pellicola si rompeva o si bruciava e quando il Signor Spinelli accendeva le luci tutti noi ci guardavamo in giro per contare i morti. Poi tornava il buio e la lotta riprendeva.  
Nell’intervallo spendevamo quelle 50 lire che tenevamo preziose in tasca: la gazzosa di “Anglar” e le stringhe di liquirizia erano gli acquisti più gettonati.
Terminato il film tornavamo lentamente a casa e d’inverno scivolavamo giù per la scala ghiacciata di San Martino diventata una “lisarola” a prova di bob.
D’estate si facevano le ultime partite con le figurine dei calciatori; chi si avvicinava di più con il “piombo" al mazzetto posto per terra le vinceva tutte. Ovvio, il piombo era l’elemento vincente e chi riusciva ad averne uno bello grosso e pesante era avvantaggiato.
Erano le domeniche passate all’oratorio nella fine degli anni 50 e nei primi anni 60; a pensarci oggi erano domeniche bellissime anche perché si giocava tra ragazzi senza un soldo in tasca e c’era sempre qualcosa di nuovo da inventare.
I ragazzi o i giovani di oggi mi fanno molta tristezza e tenerezza. Hanno tutto ma sostanzialmente non hanno niente. Vivono nel riflesso di una società consumistica ma non sanno cosa vuol dire la vera amicizia; quell’amicizia che resta per tutta una vita e che scava dentro di te un sentimento profondo che non cambia mai nonostante gli anni che passano.

Carlo Martinelli

Leffe 19 Ottobre 1976 (testo) OL ME PAIS      

Ol me pais lè dol tòt sengolar
sia en dol be chè en dol mal;
lè famus en dol mond,
al manda roba da pertòt.

E ha comenciat coi nàète,ades
è senza,e lo faà endà a mà,dopo
col motùr;e dovràa poc trame,
però metendo tace colur e fiùr.

Tòt per fa spent,cambià,pròdus e
via cal tes e trame;lè ciar càs bàia
dol teler,simbol ella fortuna e tra
poc e gà farà ò monoment.

E ha laorat lè ira,ma e ha facc
anche tant laorà,e sé impegnac
per megliorà,ma sota e gà dac
con dò grant sbòtà.

senza scondis per mia sculta.

Fò dal bus,aria,ol mont l’è bel
e l’è anche brot
ma en gir al ghè aria libera.

Mè ca so mai endac en miniera,
a ma sete sèfocà;
al ghè o grant coerc en questo bus

fò fadiga a resperà,forse ol me
stomec l’è delecat,
al ma tocherà endà a “Gropì”.

Vico Coretti

                   Leffe 14 Novembre 1977

                 O’ PAIS EN-DO BUS                    

En chel post ciamat “Leff en dona braga”
tep endre ìa scoprit dòl carbù da fa lus
en tep de guèra lia òna lebèraziù.

La daà fòc a la popolaziù
lorà e solc ai menadur
vagù dè palanche ai granc signor.

Al ghia la guera
tep dificei,
ol bocù dè pà lia da sòda.

Giò sota tera al lòm de acetilene
ol fiat pesante per òl grant ezzapunà
l’aria lia poca e dificel ol respirà.




Tanta  get l’è endacia sota,
tace pader ella al Gandì
e laoraà con do fil d’aria.

E piò fortunac endaà en feladùra;
la roba lia batereà per e casermaggio,
e maiaà ol pelòt per tòt ol de.

E machenete e grataà ol felat
per e coerte de soldac;
tata get che e respiraà con do fil dè fiat.

Al so mia se stà  grant abeletà
emparada per dùra necèsetà,
dopo tat tep l’è restada ò vantagio.

Semper en chel bùs da prima al manca
amò l’aria;la get da generaziù
abetoada a viver con poc respir

la sa nencorc mia chè enfont
a o bùs ol ciel lè bel
ma alghè poca lùs.

Ol mont al deenta picini,
as vech mia cosa al ghè en gir
anche a poc meter ella so cà.

L’è mia tot bel,dacorde,
ma mè saì per valotà

CASA  SERENA
(di Romano Bertasa)

Immaginavo occhi fuori dal tempo
disorientati e persi,
immaginavo occhi muti e impotenti
che guardano nel vuoto

erano invece occhi vivi e attenti
non erano affatto occhi spenti
eran solo occhi in attesa
di un’attenzione odi una carezza.

Ho visto occhi con tanta voglia di vivere,
pieni di cuore e pieni d’amore,
occhi felici e curiosi
occhi vivi e dignitosi,

salutai, timido, un nonno sulla carrozzella
e scorsi nei suoi occhi una luce bella,
pur non sapendo chi fossi,
cercò la mia mano per presentarsi,

“il suo nome” mi disse
eme la strinse forte,
con calore e amicizia,
da fratello, seppur sconosciuto,

sorpreso, ricambiandola stretta ed il sorriso,
sussurrai il mio nome,
e vidi una lacrima, di gioia,
rigare il suo emaciato e vissuto viso…

sono anche  queste le cose
che fan ricredere sulle cattiverie
e sulle tante brutture che la vita
ci pone davanti…

grazieamico io,
per avermi fatto pensare e meditare
lasciandomi nel cuore, un piccolo e libero
miracolo d’Amore:
la solidarietà e  l’Attenzione incondizionate
verso il prossimo!



Una notte al mio Paese.
Settembre 2018
(pensieri e ricordi)

In varie faccende affaccendato,
ho lasciato presto il mio Paese,
mi sia concesso allor di ricordarlo
con amor,  senza pretese.
Ho messo su famiglia,
son nonno e pensionato,
ma nel riveder amici e luoghi cari
son sempre emozionato.

Un giorno di settembre, a notte fonda,
preso da grande sconforto e nostalgia
son tornato a Leffe, il mio Paese,
a passeggiare  e ricordare,
ho camminato in piazza e nelle vie adiacenti,
strade vuote, deserte, solo con me stesso…
in compagnia solo di un gatto
randagio, dal pelo bianco argentato,
che,  ogni tanto, miagolando sottovoce,
pareva mi chiedesse : che hai? dove vai?
e strada facendo… ho pianto e gioito ai ricordi.

Per le vie semibuie, assorto nei miei pensieri,
scrutando qua e là,
ho rivisto gli amici di un tempo
ridere e scherzare allegramente,
divertendosi,
nell’osservare, seduti fuori dal “Laté”
il solito bar-latteria,  in piazza,
le ragazze  tornare dal lavoro…
li ho rivisti, uno per uno,
corteggiare le prime “morosine”
e, strada facendo…ho pianto e gioito ai ricordi.

Nel mio girovagare,
lento e pensieroso,
ad ogni via e ad ogni casa,
abbinavo
una faccia, un volto, un episodio:
ho rivisto personaggi caratteristici,
vere simpatiche macchiette,
ho rivisto le comiche sfilate di Carnevale,
le singolari rappresentazioni Teatrali,
le magnifiche Processioni
e, strada facendo…ho pianto e gioito ai ricordi.


Ho rivisto, nel mio fantasticare,
vari parenti,
tanti amici e conoscenti,
che han preferito… “andare avanti”…
e, nella mia ormai lunga vita,
per ognuno di loro
ho rammentato un fatto,
un avvenimento,
una storia
e, strada facendo…
ho pianto e gioito ai ricordi.

Arrivato in via San Michele,
dove nacqui, ad Ottobre del 1944
e poi in cima Via Albertoni,
dove per venticinque anni
ho abitato felicemente
con la mia famiglia,
ricordando tutti i miei cari,  
rattristato e commosso,
ho pianto molto al ricordo,
ma di un pianto,
quasi liberatorio.

Li ho ricordati tutti quanti
con intensità, grande affetto, amore,
ma con immensa gioia, ringraziandoli,
per tutto quello che mi avevan
saputo donare:
“tanto”
e chiedendo sincero perdono per quello
che io non ero riuscito a dar loro.
E’ stato un ritorno alle origini,
anche se in “notturna”, voluto e molto positivo,
che mi ha giovato e rasserenato molto.

Mentre tornavo sui miei passi,
per il ritorno a casa, mi accorsi,
che il simpatico micio,
randagio come me, quella sera,
scodinzolava ancora al mio fianco,
e il suo improvviso, fragoroso
e prolungato miagolio
mentre salivo in  auto,
sembrò quasi un rumoroso saluto
ed istintivamente lo salutai
con un gesto della mano ed un sorriso.Or  però mi sorge un dubbio,
più ci penso e più ne son convinto:
ma l’amico a quattro zampe,
mio fedele accompagnatore notturno…
che sia stato forse, un caro amico od un parente?


Usciva dalla sacrestia poi e sgattaiolando come un  gattone,
saliva nelle sue stanze, per la preparazione.
Monica, la perpetua, preparava sempre un’ abbondante colazione,
quasi che il suo Parroco  dovesse disputare  una singolar tenzone.
“Sciùr Preòst, ghe recomànde chi póer oselì,
fìi cór, ma figa mia fa öna bröta fì”
Don Giulivo: cappello di paglia, occhiali scuri e pantaloni alla zuava,
sembrava un  soldato in agguato al nemico che avanzava,
camicia di flanella, fucile e sporta per il bottino
parea più che altro, un allegro  spazzacamino.
Un fucile ereditato, che sembrava un archibugio, lungo e pesante,
parea che il buon Prete, dovesse partire alla guerra come un Fante,
un  fiammante canocchiale color oro e scarponi con le ghette,
parea, uno scalatore alla conquista delle sue vette.
Quella mattina cambiò zona di caccia, Don Giulivo,
e s’incamminò su per l’altopiano di Casnigo,
passò velocemente dalla Villa Giuseppina,
verso la Madonna d’ Erbia, l’adorata Madonnina.
Passando dal Santuario della Santissima  Trinità, ricordò sempre a Gesù,
sbiascicando qualche santa litania,  :  “o stamattina, o mai più.”
In Erbia alta, c’era un non so che di strano quel mattino
e il Reverendo  si accorse e pensò non scorgendo alcun uccellino:

“è ancora presto, un po’ di pazienza e  sarà verso mezzogiorno,
che io mi toglierò qualche pernice, o qualche quaglia di torno”.

A mezzogiorno in punto, dopo terribili tuoni e saette folgoranti
arrivò improvviso un temporale, con scrosci d’acqua roboanti,
bagnato fradicio, corse, per ripararsi dal pericoloso uragano
in un capanno lì vicino, dove trovò pure un asciugamano.
Stanco e demoralizzato per la brutta giornata,
mangiò un bel panino con carne salata,
bevve un sorso d’acqua il buon pretino
e in men che non si dica sprofondò in un sonnellino.
Don Giulivo sognò , sognò e per due ore sognò……..
nel sogno,
il Cielo si aprì improvviso, ci fu un gran chiarore sfolgorante
e dal finestrino del capanno, Don Giulivo infreddolito e tremante,
potè vedere il Volto sorridente, benevolo e confortante
di una Madonnina dal  vestito rosso fiammante,
con un copricapo, a mò di foulard bianco dorato,
coperta di un manto azzurro ben abbinato
e con in braccio un Bimbo dal sorriso radioso.
Il Bimbo, con simpatici ed ammiccanti  sorrisini,


teneva fra le mani tre uccellini
e giocando allegramente  
dava loro baci e carezze, dolcemente.
Maria, parlò al Prevosto, impaurito e sconcertato,
con una voce dolce e suadente,
da sembrar musica divina,
e indicando gli uccellini, sussurrò :
“perché ammazzarli Don Giulivo, sono anch’essi creature di DIO,
tutti gli uccelli del Cielo danno gioia e senso di libertà”
e con un sorriso materno e luminoso
e con la mano che salutava,
come apparve,
scomparve !
Svegliatosi subito e riavutosi dalla stupenda visione
e dallo straordinario sogno, il Pretino prese armi e bagagli e
dal Santuario della Madonna d’Erbia, veloce come un fulmine
giunse alla Parrocchia di Leffe in un battibaleno.
A Leffe si racconta ancora di quel Prevosto che,  “illo tempore”
ebbe un sogno od un apparizione sconvolgente e che
la gente , alla sera, verso il  tramonto vide rientrare,
sconvolto, sudato ed infilarsi nella Canonica.
Davanti all’Altare della Madonna,
quella sera, Don Giulivo fece un voto : chiese perdono a Gesù,
per la sua deprecabile ed esagerata passione venatoria,
promise che avrebbe passato molto più tempo  in mezzo ai suoi Parrocchiani
e promise…promise anche, che sarebbe stato più gentile con la signorina Monica,
la solerte perpetua della sua Canonica.

Monica,  felice per la buona scelta del suo Prevosto,
da quel giorno mai più preparò pernici o viscarde  “arrosto”
e spesso intonando un motivo dell’ epoca
sfotteva benevolmente  il suo Don Giulivo:
“è Primavera, aprite le finestre agli uccellini,
che possan così giocar con i bambini”.

Fiaba - Filastrocca
Don Giulivo, il Prevosto cacciatore.
( di Romano Bertasa   -   Pasqua 2017 )

Vi voglio raccontare una storia, successa a Leffe il mio Paese,
ma, una storia d’altri tempi e la racconto con amor, senza pretese.
Leffe, è un gran bel paesino delle Cinque Terre della  Valgandino,
circondato da Cazzano, Casnigo, Peia e da Gandino.
E’ una storia vera, successa a Don Giulivo, il nostro Parroco-Curato,
è un storia antica, successa verso Settembre ormai inoltrato.

Il nostro Reverendo, bravo uomo e appassionato cacciatore,
prima di andare a caccia pregava così a Messa, Nostro Signore:
“O buon Gesù, fate che almeno oggi riesca a prendere una “Cesena”,
una pernice, un fagiano, o una beccaccia per  una buona cena”.
Il nostro Don Giulivo dopo la prima Santa Messa, verso le sei
andava a piedi , sul “Monte Croce” o verso “Montasei”
ma alla sera tornava sempre stanco e sudato
e sempre, senza aver nulla cacciato !

Quasi furtivamente e quasi di soppiatto, entrava in Canonica,
non volendo farsi scorgere dalla perpetua Monica,
ma lei, sempre in attesa del suo ritorno, furbescamente,
quasi sempre intonava un ritornello, maliziosamente…
“Tu sia lodato, o mio Signore, per sorella Luna e le Stelle :
in cielo le hai formate, chiare preziose e belle.
Tu sia lodato mio Signore per gli uccellini :
che al solo vederli, son la gioia di grandi e piccini !”
Quando capitava tutto ciò, il buon Don Giulivo spazientito,
mangiava quel che c’era, in fretta e furia,  imbufalito,
e dopo una visita in Chiesa e le Preghiere della sera,
borbottava in cuor suo, quasi sognando :  “Signùr, almeno  öna  es-céra”…
mattiniero,  e  scattante pensando al bottino,
officiava la Santa Messa, veloce, ma in un  buon Latino.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
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